No! Noi non lo conosciamo il TERRORE! Quello che acceca. Quello che fa perdere ogni riferimento. Quello che non fa più capire cosa è brutto, cosa è buono. E a nulla serve l’aiuto della gente. Se hai il TERRORE vedi, senti, annusi, tocchi, solo il buio. Io neppure lo conosco il terrore, ma quella sera, giuro, l’ho visto negli occhi di 50 persone. Venivano dall’Eritrea. C’erano 5 donne, moltissimi ragazzini sui 12 anni, il resto uomini molto giovani. Erano molti di più di 50 alla partenza. In tanti sono morti durante il viaggio in mare. Qualche corpo forse è stato persino buttato in acqua. Forse il figlio, il fratello, la mamma, di certo un amico di qualcuno di quelle 50 anime TERRORIZZATE che sono arrivate la sera di giovedì 10 aprile al Centro di Solidarietà dell’Abfo.
Precedentemente allertati dalla Prefettura avevamo… allestito, in collaborazione con Don Francesco Mitidieri, l’associazione Noi e Voi e con l’aiuto di tanti volontari Abfo, una palestra per l’accoglienza notturna. Avevamo preparato per loro pasti caldi (la polizia che li ha scortati fino al Centro dell’Abfo ci aveva detto che non mangiavano da 4 giorni!!!), ma noi non sapevamo nulla del TERRORE! Sono stati in un angolo a terra per oltre 3 ore. Avevano paura anche di alzarsi… Con un interprete, con mille difficoltà, abbiamo provato a comunicare, a dire loro che di noi potevano fidarsi. Che il cibo era buono. Per avere credibilità qualche volontario ha preso il cibo e ha mangiato lì, accanto a loro. Abbiamo chiamato anche altri ospiti di colore del Centro con cui ci siamo abbracciati più volte per dimostrare la nostra amicizia. Ma avevano il terrore negli occhi !!! E noi non sappiamo neppure cos’è il terrore! Sono rimasti lì per terra per ore. Senza parlare né mangiare. Altro che ‘attaccarsi alla vita’. Altro che ‘vita’. E poi la scena più triste… A pochi metri di distanza dal Centro, per un’usanza assurda in tempi di crisi, qualcuno ha pensato bene di festeggiare i gol in Coppa di una squadra italiana con petardi e fuochi d’artificio. Vederli in quegli istanti e provare a rassicurarli che non erano spari di armi da fuoco è stato impossibile. La nostra speranza era solo che finissero quanto prima quei maledetti botti. I ragazzi tremavano, alcuni piangevano. Come potevano immaginare che da noi si festeggia in quel modo per una partita di calcio. Per loro gli spari volevano dire altro perchè nelle loro terre ci sono le guerre, non le stupide partite di calcio e gli ancor più stupidi festeggiamenti con petardi. Poi molti volontari sono andati via (altri sono rimasti lì, come sempre, per tutta la notte), con la speranza che potessero mangiare o bere qualcosa. Sarebbe stato bello il giorno dopo vederli sollevati da quel l’angolo della palestra dove si erano messi tutti insieme e trovarli nei letti che avevamo preparato per loro. Il giorno dopo tutti sono andati via per raggiungere la stazione ferroviaria. La loro meta era il Nord Europa dove avrebbero voluto raggiungere parenti e amici. Ma nessuno di noi dimenticherà mai i loro occhi impauriti e i loro pianti per paura di una guerra che non c’era.
Eleonora Occhinegro
