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di M.S.
(Articolo apparso su “La Voce del Popolo”)
Un sabato sera come tanti, mentre imbocco il ponte girevole in direzione della stazione di Taranto. La solita ressa di giovani si accalca fuori i locali alla moda di Corso Due Mari mentre tra drinks e cellulari, programmano i loro appuntamenti per il proseguimento della serata. Mi lascio tutto alle spalle e attraverso una Città Vecchia quasi deserta, guidando veloce verso il mio appuntamento con Eleonora. Non più di qualche giorno fa le chiesi: “…ma che tipo di attività fate, in stazione?”. Lei mi aveva semplicemente risposto: “Vieni.”
Ed eccomi qui. I miei amici sono già arrivati. Portano con sé coperte e una borraccia di tè caldo. Ma soprattutto portano amore.
Entriamo insieme nell’androne squallidamente asettico e deserto. In genere le stazioni ferroviarie sono intrise di quell’alone di malinconia e tristezza che accompagna tutte le partenze. La notte, il freddo e un latente degrado, ingigantiscono queste sensazioni dentro di me.
Con ben altro spirito invece, Eleonora e i suoi amici avanzano sicuri nella penombra dei corridoi, cercando e trovando. I “senza dimora”.
Rannicchiati in un angolo di uno stanzone, sdraiati su un cartone o appisolati sulle seggiole di una sala d’aspetto, si scuotono e accolgono con dignitosa compostezza una mano tesa, un gesto d’affetto, una coperta pulita, una semplice parola di conforto.
D’improvviso vengo catapultato in una realtà di un mondo così imprevedibilmente lontano dalla vita che ho attraversato appena un quarto d’ora fa, ma così assurdamente vicino.
E così, attraverso il sorriso di Eleonora conosco il gigantesco e anarchico Andrew, con la sua casa in una busta ed un cagnolino per famiglia. E il simpatico Antonio, con un passato difficile e un presente incerto. E incontro gli occhi di Massimo, ripudiato dalla famiglia e senza altri posti dove andare. Gli amici mi raccontano inoltre la paradossale storia di un vecchietto che dopo l’alluvione aveva il timore di ritornare nella sua casa nelle campagne di Palagiano, tanto da preferire le scomode panchine ferroviarie alla sua stanza da letto. E della assurda storia di Margherita, simbolo dei senza casa della stazione, morta appena una settimana prima di un’udienza che le avrebbe dato una piccola ma dignitosa pensione.
Un poliziotto, notandoci da lontano si avvicina e con tono minaccioso intima “Fuori, tutti FUORI!”
Dopo una frazione di secondo, capisce di aver frainteso l’assembramento, e cambiando decisamente tono : “…ah, scusate. Siete della Caritas! Continuate pure… scusate ancora!”
Eleonora sorride divertita, e facendo spallucce sospira: “…non siamo della Caritas, ma mi sono scocciata di spiegarglielo. Va bene uguale!”
Dopo mezzanotte torno a casa. Accendo la luce con un gesto, apro il rubinetto dell’acqua calda, calo giù le serrande e mi infilo nel letto, sotto il piumone. E non ho fatto nulla per meritare tutto questo.
M.S.Eleonora, cosa è ABFO?
La sigla sta per Associazione Benefica Fulvio Occhinegro. Si tratta di una ONLUS dedicata a mio padre, venuto a mancare due anni fa. Insieme a mio fratello, mia sorella ed un gruppo di amici abbiamo deciso di intraprendere un cammino per mettere in piedi una struttura attraverso la quale aiutare il prossimo. Con una punta di orgoglio e di soddisfazione, posso attestare che oggi, dopo pochi mesi di vita, l’associazione può contare già sull’apporto di oltre 450 iscritti.
…ed avete deciso di occuparvi dei “senza dimora”.
La missione notturna alla stazione non è la nostra unica iniziativa, anzi. Solo una delle tante…
E cioe?
Per esempio, il 6 gennaio scorso abbiamo organizzato Epifania in Pediatria, presso l’ospedale di Taranto. A me, in quell’occasione è toccata la parte della befana!
Inoltre, settimanalmente, ci rechiamo presso alcune case di riposo per assistere gli anziani.
E ancora, per il giorno dell’Immacolata dello scorso dicembre, abbiamo portato generi di prima necessità a famiglie povere di Taranto. E’ stata un’esperienza educativa. Per me.
In che senso? Cosa intendi per famiglie povere?
Ci sono stabili dove più di altri si concentra la presenza di nostri concittadini che vivono ben al di sotto della soglia di povertà. Entrare nelle loro case, condividere le loro paure e le loro gioie mi ha dato un parametro nuovo per valorizzare la mia vita. La situazione di una delle famiglie, su tutte mi è rimasta nel cuore. In un seminterrato di appena due stanze vivevano ben otto persone e nonostante la loro devastante povertà, ogni parola e ogni sguardo era fiero e dignitoso. Il loro orgoglio era tutto riposto nel recente acquisto della porta di casa, che mostravano in segno di affermazione sociale.
Quindi, volontariato a 360 gradi. Ma tornando alla vostra missione notturna in stazione, cosa si potrebbe fare per aiutare davvero i “senza dimora”?
Portare coperte e tè caldo è solo un intervento di emergenza. Se fossimo nati solo per fare quello potremmo essere sostituiti da un distributore automatico da installare alla stazione. In realtà l’ABFO si prefigge di fare in modo che i “senza dimora” cessino di essere tali.
Nella nostra città esistono già dei dormitori e delle mense, quindi il problema è mettere in piedi una struttura in grado di seguirli durante l’arco della giornata, in modo che fra la mensa e il dormitorio non si perdano per strada, tra alcool ed emarginazione.
Avete già in progetto qualcosa?
L’idea sarebbe quella di dare vita ad un centro diurno, dove ospitarli e dare la possibilità di essere seguiti da medici o psicologi volontari. Abbiamo già identificato una struttura da ristrutturare in Via Anfiteatro e i lavori inizieranno a breve. Per reperire i fondi abbiamo perciò già organizzato una serie di incontri e feste.
E nel futuro. Quale è il tuo sogno?
In genere preferisco rimanere con i piedi ben piantati per terra. Ma se dovessi dirne uno, mi piacerebbe un giorno, trovandomi lontano, in un’altra città o addirittura in un’altra nazione, riconoscere tra la gente una persona che in passato è stata aiutata dall’ABFO, e che adesso gode al pieno, come me e come te, di questo dono meraviglioso chiamato vita.